Stefano Boeri andrà a processo
E' Novembre in Triennale? E poi: interviste a Tajani, Conte, Majorino e Delmastro
Buongiorno e buon mercoledì!
E’ stata una grande settimana olimpica. Bella, tranquilla, con qualche medaglia di prestigio e tante emozioni. Parlando con il vicedirettore del Foglio Maurizio Crippa, con il quale ho concordato la pubblicazione per domani del profilo del possibile candidato sindaco di Milano Pietro Tatarella (della cui vicenda giudiziaria ho parlato più volte qui su Frontale), concordavamo sul fatto che il turismo che è arrivato in città è... “normale”.
Niente ricconi che affollano gli stellati ma tanta gente normale che gira con le metro, che va a pranzare dove pranziamo noi comuni mortali e che la sera vive l’emozione nelle varie venue. Tutto bene, ma non per chi pensava di abbindolare il turista. Devo dire che Milano sta anche reggendo alla grande. Sì, qualche problema c’è sicuramente, ma niente che questa gloriosa città non abbia già vissuto durante il Salone del Mobile o la settimana della moda. Insomma, se sarà un successo lo capiremo solo quando sarà tutto finito. Intanto però iniziamo proprio da questo: l’orgoglio di essere milanesi. Che fa a pugni con il trattamento che - ormai da un po’, ma adesso di più - sta subendo la città, la Regione e oserei dire il “nord” in senso lato.
Cominciamo, dunque. Ma prima: fabio.massa@esclusivasrl.it)
Chissà perché alla politica non interessa Milano
Un giorno, a latere di un convegno, Attilio Fontana si è fatto sfuggire forse la miglior definizione di centralismo. Il presidente della Regione Lombardia disse che se fosse cambiata la modalità di attribuzione dei fondi coesioni “ci saremmo trasformati in una enorme Asl”. Frase quasi incomprensibile ai non addetti ai lavori, ma che invece è clamorosa, da molti punti di vista. I fondi di coesione sono quei fondi europei - sì, proprio quell’Europa dove c’è Raffaele Fitto che dà le carte per l’Italia - che finiscono alle Regioni. Sono i fondi che le regioni investono sulla competitività, le infrastrutture, la formazione... insomma tutto quello che non è sanità pura. A un certo punto c’è stata la proposta di centralizzarli a Roma, questi fondi. Ipotesi poi smentita dal ministro Foti. Tanto che - proprio in mezzo a quella polemica - Fontana sbottò “ci trasformeranno in una grande Asl”. Perché racconto questo episodio che ormai è vecchio di qualche mese? Perché mi è venuto alla mente quando ho letto una dichiarazione di Beppe Sala su Elly Schlein. La riporto qui, integrale. E’ del 10 febbraio.
“Io al suo posto sarei venuto, però evidentemente ha impegni tali che non la portano a Milano.
Ecco, Schlein non viene a Milano per i giochi olimpici. Fontana se la piglia con un ministro del Governo Meloni: pare che ognuno abbia i propri problemi con la propria parte politica. Per quanto riguarda la premier, lei all’inaugurazione c’era (del resto non poteva davvero mancare, e in più c’era il vicepresidente americano Vance, che curerà la prefazione del suo libro). Non è passata a Palazzo Marino, la premier. Nella seconda città d’Italia - in visita istituzionale - non è mai stata dall’inizio del suo mandato. Sollecitata, ha aperto le braccia, “sono una persona sola. Si fa quel che si può”. Risultato finale: Schlein non viene, Meloni non viene. Lettura: di Milano interessa poco alla politica nazionale. Ma come è possibile? Come è possibile che la locomotiva d’Italia sia così trascurata? Secondo me, ogni parte ha le sue motivazioni. Provo a darle.
Per il centrodestra Milano è una città radicalmente di sinistra. I voti dicono questo, e lo dicono chiaramente da quindici anni. E’ un elettorato allergico al populismo, dove il Movimento 5 Stelle, che pure proponeva a livello nazionale un commercialista intelligente e per bene come Stefano Buffagni, non ha mai sfondato. E’ un elettorato allergico ai messaggi semplici (”colpa degli immigrati”, et similia): la Lega infatti non ha mai sfondato. E’ un elettorato altospendente, tendenzialmente istruito, che come in tutte le città del mondo analoghe a Milano vuole essere progressista. Ecco, forse tutto questo fa presupporre al centrodestra che le prossime elezioni siano già perse, e che dunque il fortino non sarà espugnato
(spoiler: secondo me la realtà non è affatto questa - è solo una questione di mancanza di idee e di persone - ma io non faccio politica...)
Per Elly Schlein invece Milano è criptonite pura. Perché sicuramente è avanti sui diritti, ed è radicalmente antifascista. Ma poi, oltre il giorno del gay pride, oltre il 25 aprile e il primo maggio, ci sono tutti gli altri giorni dell’anno. E in quei giorni c’è da fare i conti con le inchieste dell’urbanistica. In quei giorni c’è da fare i conti con i Verdi all’assalto dello sviluppo dell’area San Siro. E c’è da fare i conti con quel riformismo che a livello nazionale pare molto e sepolto (con Bonaccini che ha fatto l’accordo con Schlein non c’è bisogno di dire altro), ma che a Milano resiste indomito. Viene da pensare - ed essendo peccatore non mi faccio il problema di aggiungere una ave maria in più da recitare in purgatorio - che a Elly Schlein non piaccia Beppe Sala. Non personalmente, questo non lo so e non mi interessa, ma politicamente. Che non gli piaccia tutto quel che rappresenta, che poi è Milano in purezza, dal suo essere manager al suo essere ruvido. Malgrado lui gli avesse chiesto, a un certo punto, di fare pure l’assessora (eh sì, guarda un po’: chi ha buona memoria lo sa. Quando lei non era ancora nessuno, prima della vicepresidenza dell’Emilia Romagna, Sala pensò a lei...). Altri tempi, ovviamente.
Ma che succede se Trump arriva a Milano?
L’avevamo scritto: è nell’aria una visita del presidente americano. Si pensava che sarebbe potuto arrivare per la grande inaugurazione, tra qualche mese, della nuova ambasciata sulla quale gli States hanno speso decine di milioni di euro e che sarà un vero e proprio hub americano in città.
Adesso invece gira voce che potrebbe arrivare per la finale dell’hockey, in programma domenica alle 14.30.
Scrivono le agenzie:
Lo schema ipotizzato prevede l’arrivo con l’Air Force One, il trasferimento diretto verso la nuova Ice Skating Arena di Santa Giulia per assistere alla finale, e poi lo spostamento verso l’Arena di Verona per la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, alla presenza di autorità e ospiti internazionali. Non sarebbero previsti pranzi ufficiali, visite istituzionali o soggiorni prolungati, a differenza di quanto accaduto durante la permanenza milanese di J. D. Vance e della sua famiglia. Resta da chiarire il giorno dell’eventuale arrivo: domenica, in tempo per la finale delle 14.30, oppure sabato, ipotesi che comporterebbe almeno una notte in città
Io lo ritengo assai probabile. C’è anche un gustoso retroscena (velenosissimo!) sul perché il presidente americano abbia in animo di partecipare anche alla chiusura delle Olimpiadi a Verona. E’ legato a Macron. Il presidente francese ha infatti declinato l’invito per l’inaugurazione per non stare seduto al fianco di JD Vance. Non può però mancare alla chiusura, visto che la Francia ospita le prossime Olimpiadi ed è protocollo che lui partecipi. Se ci fosse Trump… Non potrebbe evitare di sedersi di fianco a lui, che peraltro pure lo oscurerebbe. Uno sgambetto incredibile per un retroscena assai gustoso.
Se così fosse - io lo ritengo assai probabile - prepariamoci a 24 ore di città blindata e a qualche disagio nel traffico. Esattamente come è successo per gli spostamenti del vicepresidente. Come quando ha di fatto bloccato per una buona oretta il traffico nella tranquilla cittadina di Assago, dove ha sede il Forum che è una venue olimpica. Qualcuno si è chiesto perché poi, quella sera, sia andato a mangiare alla “Griglia sul fuoco”, a Buccinasco. E’ un ristorante buono, un tempo davvero una istituzione del sud Milano con il nome “Il Pioppeto” (negli anni ‘70). Ma di certo non è uno stellato. E allora, perché Vance ci è andato? La motivazione è la più semplice del mondo: perché era vicino e per... il parcheggio. Dove li metti a quell’ora 60 veicoli tutti insieme?
L’inchiesta per la quale Stefano Boeri è stato rinviato a giudizio
L’archistar Stefano Boeri è una delle persone più note di Milano. Ha firmato il Bosco Verticale e altri mille progetti iconici. In Cina sta costruendo vere e proprie città. Io sono orgoglioso di dire che per la Fondazione Stelline - di cui sono presidente - ha firmato il progetto di ristrutturazione che stiamo faticosamente (come tutte le cose in Italia) cercando di portare a termine. Sono orgoglioso anche se Stefano Boeri è stato rinviato lunedì a giudizio per la vicenda della BEIC. Spieghiamo un po’, carte alla mano (eh sì, la Cartabia - cioè la legge che dovrebbe impedire che si diffondano le carte processuali integralmente - funziona proooooprio bene!), che cosa è successo.
La BEIC è la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura. Un progetto molto importante, che purtroppo da anni e anni è “fermo con le quattro frecce”, come direbbe Striscia la Notizia. Alla fine, tra mille contestazioni, viene scelta la commissione che dovrà giudicare i progetti. Partecipano praticamente tutti gli studi di Milano e non solo. E’ talmente importante e talmente prestigioso, come progetto, che fa gola a tutti. Il Comune decide di mettere come presidente dei commissario Stefano Boeri, insieme a Cino Zucchi. Ora la Procura, dopo esposti e segnalazioni, ha prima indagato e poi ottenuto il rinvio a giudizio (il che vuol dire che si va a dibattimento) per tutta una serie di ipotesi di reato, tra cui la turbativa d’asta. Secondo i pm Zucchi e Boeri avrebbero dovuto segnalare le situazioni di incompatibilità: in pratica avrebbero dovuto astenersi dal giudizio laddove avessero lavorato con uno o più dei partecipanti alla gara. Sì, teoricamente: ma il problema è che gli architetti famosi si conoscono tutti, e tutti hanno lavorato con tutti. Davvero qualcuno avrebbe potuto pensare che mettendoci che ne so Renzo Piano, sarebbe andata diversamente?
Ma non c’è solo questo. Perché i pm hanno scritto che i partecipanti “comunicavano” a gara aperta con Boeri e Zucchi per il tramite di Pier Paolo Tamburelli, uno dei professionisti che hanno poi vinto il bando. Secondo i pm Tamburelli in un primo tempo scriveva a Zucchi e Boeri inviando loro la determina dirigenziale nella quale i due erano nominati in commissione (come dire: “So che giudicherete i progetti”). Poi, chiedendo un incontro a entrambi. Poi, ottenendo un incontro. Poi, sollecitando attenzione al progetto. Infine - la cosa che più ha scandalizzato i giornalisti - il fatto che il 29 giugno ci fosse nella chat di Zucchi un meme con un libro con dentro banconote. Meme: cioè uno scherzo, che però per qualcuno potrebbe essere corruzione, o tentativo di corruzione, o riferimento ai lauti guadagni che avrebbe fatto Tamburelli. C’è pure da capire se quella foto sia reale, o un fotomontaggio fatto tra due architetti che si perculano. Anche perché di soldi non ne sono stati trovati, ma questo è irrilevante, perché Boeri e Zucchi, da allora, sono stati ritenuti COLPEVOLI dalla pubblica opinione. Anche e soprattutto perché per loro erano stati addirittura richiesti gli arresti, poi negati dal gip.
Adesso arriva il processo. Come al solito le responsabilità penali sono personali, e vale per tutti. Anche per Stefano Boeri e Cino Zucchi. Se saranno ritenuti colpevoli, verranno condannati e stop. Però - leggendo le carte, i whatsapp e tutto quello che è girato - mi sono fatto un’idea ben precisa: l’unica cosa che mi pare evidente è che gli architetti - anche le archistar - usano whatsapp un po’ da bimbiminkia. Soprattutto quando sono tifosi (la gran parte delle chat tra gli interessati è sull’Inter di cui Boeri è supertifoso...) Ma dubito che questo fatto costituisca reato.
Novembre in Triennale?
Mentre Boeri è alle prese con il suo processo, sta per scadere il suo mandato alla guida della Triennale. Il processo di nomina è complicatissimo, perché c’è di mezzo il Comune, la Regione e il Ministero della Cultura retto da Alessandro Giuli.
Ad oggi i rumor dicono che in pole c’è la grande ideatrice del Parenti Andreè Ruth Shammah. Una donna straordinaria, capace di vendere il ghiaccio agli eschimesi ma soprattutto di far diventare un luogo mitico (i Bagni Misteriosi) una piscina semi-abbandonata. Farebbe bene? Secondo Alessandro Giuli sì. Ma il problema che Beppe Sala sta ponendo è che governare la Triennale non vuol dire fare semplicemente cultura ma tenere bene la barra ferma su quello che la Triennale deve fare: cultura tramite allestimenti, e dunque architettura e design. In questo, comunque uno la pensi, Stefano Boeri è stato un ottimo presidente. Dopo di lui, quindi? Se non sarà Shammah potrebbe essere Carlo Ratti, architetto e urbanista. Che però ha tirato un vero e proprio calcione nei denti all’Università degli Studi di Milano ritirando la sua firma dal campus della Statale a Mind. Un atto che non è assolutamente piaciuto alla Regione Lombardia, in primis. Poi, sullo sfondo, c’è Fabio Novembre. Architetto e designer, è sicuramente l’outsider. Ma piace - e molto - al centrosinistra moderato e al centrodestra moderato. Conosce l’architettura, è in continuità con Boeri e soprattutto schiva le polemiche. Io non so molto di Triennale, ma a vederla così, dovessi puntare 2 centesimi, li metterei su di lui.
E ora, cambiamo discorso.
Finalmente un calendario condiviso sugli eventi culturali in città
Lunedì mattina alle 9.30 sono arrivato in Fondazione Fiera per firmare un protocollo che secondo me è storico. Milano ha una produzione culturale imponente: ci sono Fondazioni pubbliche, private, patrimoni artistici, teatri, orchestre, istituzioni religiose. E tutti producono quel fermento che poi è alla base di una città europea come la nostra. Il problema è che tutte queste istituzioni sono slegate: ognuno fa il suo programma, la sua inaugurazione, le sue performance. E non dice niente agli altri. Ognuno spende in promozione e cerca di raggiungere il proprio pubblico. Uno spreco epocale di risorse. Basterebbe sapere che un altro ente di Milano sta organizzando la presentazione del suo calendario quel tal giorno che semplicemente ci si organizzerebbe meglio.
Ecco, per garantire questa organizzazione interna ma soprattutto per offrire ai cittadini, agli espositori e ai visitatori delle fiere un unico calendario condiviso dal quale spulciare, come fosse un grande “menù”, il presidente di Fondazione Fiera Giovanni Bozzetti ha prima discusso un protocollo con le varie realtà milanesi (tra cui la Fondazione Stelline di cui sono presidente), e poi - due giorni fa - l’ha fatto firmare. Forse è una piccola cosa. Forse è una piccola pazzia pensare di mettere insieme tutti. Ma a me le pazzie piacciono, perché profumano di futuro.
Emmanuel Conte vuol dire casa: “Milano città stato”
Con Federico abbiamo pensato fosse utile sentire Emmanuel Conte, assessore al Bilancio e al Piano Casa. Perché? Per tre ragioni.
☝️Emmanuel è una persona intelligente, e questo gli è riconosciuto da tutti, maggioranza e opposizione
☝️☝️Ha una delega fondamentale come la casa, che è il vero problemone sul tavolo a Milano
☝️☝️☝️E’ in predicato di poter correre alle primarie per diventare candidato sindaco.
di Federico Ughi
La sfida è imponente e ambiziosa. Ed è lanciata al cuore di quella che è una delle emergenze più grandi a Milano: quella abitativa. L’assessore al Bilancio Emmanuel Conte si è preso carico dell’obiettivo di mettere a disposizione ben 10mila alloggi da dare in affitto ad altrettanti nuclei familiari cittadini. E’ questo il cardine del Piano casa varato dal Comune e rivolto al ceto medio. Quei lavoratori che guadagnano tra i 1.500 ed i 2.500 euro al mese, non sono poveri, ma sono quelli il cui potere di acquisto è stato maggiormente eroso dall’impressionante mismatch tra costo dell’abitare e stipendi. Un problema non solo milanese. Ed anzi, europeo. In attesa di soluzioni sistemiche e strutturali, come da tradizione, a Milano c’è chi si è rimboccato le maniche per iniziare a trovare soluzioni. E salvarsi da sè.
“Milano, come spesso è avvenuto nella sua storia, si è fatta Stato ed ha adottato un suo Piano, in completa solitudine istituzionale, a livello nazionale, ma in sintonia con le direttive dalla commissione Casa del Parlamento europeo”, commenta Conte a Frontale. Il target è “garantire un costo dell’abitare che non superi un terzo del proprio stipendio”. Ma non basta. Servirebbe un cambio di passo anche a livello nazionale. Per questo l’assessore rilancia una suggestione forte: “L’istituzione di un Ministero per le città perché riassuma e rilanci l’esperienza fatta, negli anni Ottanta con il Ministero delle Aree Urbane, carica ricoperta per primo dal sindaco di Milano Carlo Tognoli. Un nuovo Ministero non per affermare un privilegio, “ma come condizione per il funzionamento della democrazia urbana”. Perchè “una città che gestisce un bilancio da oltre 4 miliardi di euro non può essere governata con le stesse regole di un piccolo comune e non può procedere inseguendo le emergenze”.
Parte di questa visione passa anche dalla consapevolezza che centro e zone periferiche sono “parti complementari della città”, che “vanno integrate tra loro con i servizi, con il trasporto pubblico, con il welfare. La storia di Milano ci insegna che non è centrale l’abitare, ma il vivere, Il nostro Piano casa non prevede solo alloggi, ma servizi di prossimità, scuole, mobilità, verde pubblico. Non si ferma ai confini fisici del Comune, guarda a confini più vasti, a partire da quelli della città metropolitana che esprime una caratteristica storica di Milano, il policentrismo. Abitare significa vivere in quartieri connessi, accessibili, inclusivi e il Piano Casa in questo senso è anche una politica di coesione urbana e metropolitana”. Un Piano possibile solo se il pubblico torna “a esercitare una funzione di indirizzo e di controllo”. E quanto al dialogo con costruttori e stakeholder, Conte spiega che “il Piano Casa non è una trattativa, è una scelta programmatica e operativa e tale sarà nel rispetto delle regole, compresi diritto di superficie gratuito, canoni calmierati, che sono obiettivi verificabili”.
Guardando oltre l’emergenza dell’abitare, su cosa dovrebbe impegnarsi maggiormente la maggioranza in questo ultimo scorcio di mandato? Conte ha le idee chiare: “Si deve governare la complessità senza rinunciare alla visione. La casa e la cura della città sono la condizione per garantire coesione sociale, diritti e sviluppo. Anche la sicurezza va affrontata in questa prospettiva: non come risposta emergenziale o solo repressiva, ma come presenza organizzata e stabile delle istituzioni nei quartieri. Serve un coordinamento permanente tra forze dell’ordine locali e nazionali. Una regia unitaria che unisca prevenzione, presidio urbano e servizi. Perché una città più giusta nell’abitare deve essere anche una città più sicura”.
Si avvicina il giorno del referendum. Ecco che cosa pensa Delmastro (FDI)
Andrea Delmastro è uno dei volti del dibattito politico sul referendum per la separazione delle carriere in programma a fine marzo. Sottosegretario alla Giustizia, è stato anche al centro di una vicenda riguardante una fuga di notizie sul caso Cospito, per la quale è stato condannato in primo grado a 8 mesi malgrado la richiesta di archiviazione da parte del pm. Lo abbiamo chiamato per chiedergli del referendum.
“Siamo decisamente ottimisti sull’esito referendario. E’ una riforma che garantisce un processo giusto agli italiani, garantisce vera indipendenza, anche dalle correnti, ai tanti magistrati che ogni giorno servono lo Stato, afferma il principio di responsabilità per cui chi sbaglia paga. La riforma è osteggiata dalle correnti della Magistratura per difendere privilegi e sacche di potere di cui hanno fatto un pessimo esercizio, come insegna il verminaio intravisto con il caso Palamara. I diritti dei molti si sono sempre affermati sui privilegi dei pochi, quando a decidere è stato il popolo. Anche questa volta sarà così”. Lo afferma a Frontale Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia, in vista del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia del 22-23 marzo.
“E’ solo necessario spiegare agli italiani l’occasione storica di riformare la Magistratura. Starà a noi nel mese di campagna elettorale spiegare il contenuto della riforma e mobilitare la stragrande maggioranza di italiani che hanno assistito attoniti a quello che un Procuratore antimafia ha definito “mercato delle vacche”. Chi crede che debba essere archiviata quella infausta pagina avrà l’occasione storica per votare “sì””, conclude il sottosegretario Delmastro.
E voi, che cosa farete? Vi siete fatti un’idea sul referendum? Se vi va, scrivetemi QUI: fabio.massa@esclusivasrl.it
Per Milano Tajani non vuole un politico e “ama” Calenda
Un messaggino a Tajani. Lo abbiamo mandato per capire qual è la sua strategia su Milano. Giusto per capire se nelle ultime settimane sia cambiata la sua posizione. Ad oggi pare tutto un po’ sclerotizzato: Ignazio La Russa continua a dire Maurizio Lupi, che di certo non è un civico. La Lega tace. E Forza Italia lancia candidature manco fosse un juke box. Prima Gabriele Albertini (qualche maligno dice per far dispetto a Lupi con cui ha un conto in sospeso dai tempi di Mario Monti premier) ha buttato nell’arena Mr. Panino Giusto (Antonio Civita, di cui abbiamo fatto ritratto), adesso è il momento di Antonino La Lumia, presidente dell’ordine degli avvocati di Milano
Quindi, abbiamo mandato un whatsappino al vicepremier e gran capo di Forza Italia. Che ci ha risposto lapidario: Strategia? “Sindaco civico e accordo con Azione”.
Le due cose non sono slegate. E infatti Maurizio Lupi non ha caso ha paventato l’eventuale ingresso dei calendiani in coalizione come una autentica sciagura. Proprio il suo partito, Noi Moderati, sarebbe quello che avrebbe più da perdere in uno scenario del genere. Ma Forza Italia la pensa diversamente. E le parole di Tajani dimostrano piena sintonia con quanto dichiarato pochi giorni fa anche dal coordinatore lombardo degli azzurri Alessandro Sorte: “Io registro che Calenda ha aperto su un profilo civico per Milano, e che chi vuole portare avanti un candidato politico non fa il bene del centrodestra, perché sappiamo che un candidato politico, in questa città, avrebbe più difficoltà”. Non tutti evidentemente la pensano così nel centrodestra. C’è però una cosa sulla quale almeno a parole l’accordo è unanime: evitare di ritrovarsi nella situazione di cinque anni fa, con un candidato debole, scelto tardi e senza convinzione.
Il Pd pensa anche alla Regione. Majorino: “2028? Partita aperta”
di Nicolò Rubeis
Quella tra l’assessore regionale alla Sicurezza Romano La Russa e il gruppo di Forza Italia è solo l’ultima turbolenza nella maggioranza lombarda. Ma la gestione dell’ordine pubblico non c’entra. Il centrodestra balla ancora sulle nomine e non trova pace, quantomeno in Consiglio regionale. Il capogruppo del Pd al Pirellone, Pierfrancesco Majorino, mette in fila tutte le tensioni da inizio legislatura, dagli scontri tra la Lega e Fratelli d’Italia, che punta all’ufficio al 39esimo piano di Palazzo Lombardia, alla sottosegretaria Federica Picchi sfiduciata dall’Aula (ma ancora al suo posto) fino all’invito alle dimissioni alla ‘formigoniana’ presidente dell’Arpa in quota FdI, Lucia Lo Palo. “Siamo di fronte a una classe dirigente molto concentrata sulle poltrone e sulle questioni di potere”, trova terreno fertile Majorino.
Convinto che il tutto si rifletta poi nella “paralisi” dell’azione regionale sui grandi temi. Dall’economia, con la Lombardia “che non è più la locomotiva del Paese” afferma Majorino mettendo il dito nella piaga, alle “risposte non adeguate” che arrivano sulla salute. Pur riconoscendo gli “sforzi individuali” dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, la situazione è “di grande difficoltà” se non addirittura “drammatica”. E l’unica cosa “che cresce” secondo l’esponente dem è “il business della sanità privata”. Majorino si lancia anche in un parallelismo politico: “Sono molto più vicino alle politiche dell’Emilia Romagna e della Toscana - sottolinea -, ma non mi sognerei mai di dire che in Veneto - dove comunque le politiche della destra restano pessime - c’è una situazione di immobilismo”. Ci sono cose “che non condivido” ma “almeno il tentativo di affrontare alcune problematiche c’è stato. Qui no: il governatore Fontana sembra essere una comparsa”.
Sparita Azione dal Consiglio regionale, va riconosciuta l’unità dimostrata fin qui dalle opposizioni al Pirellone. La evidenzia anche Majorino, che sa che le tensioni nel centrodestra aumenteranno quando ci sarà da prendere una decisione sul prossimo candidato governatore. “Siamo partiti con due candidati diversi (ossia lui e Letizia Moratti, poi rientrata in Forza Italia, ndr), regalando la vittoria a Fontana sul piatto d’argento, e non certo per colpe del Pd”. L’obiettivo “di tutti”, adesso, deve essere quindi quello di lavorare quantomeno per presentarsi compatti, con un unico candidato: “Continuando a fare un’opposizione netta e associandoci una proposta sul futuro della Lombardia, la partita può essere aperta”, con il Pd che è partito con molto anticipo con un percorso d’ascolto del territorio guidato dal presidente del partito regionale Emilio Del Bono. Majorino, ovviamente, osserva attentamente anche quello che succede in vista delle comunali di Milano.
E non arretra sulla convinzione che ci vogliano le primarie per trovare il candidato sindaco del centrosinistra. Un invito che rivolge a tutti, anche a quei pretendenti “non per forza legati alla politica”. Ad ogni modo, tutte le disponibilità manifestate da chiunque “sono segnali di una bella vitalità” dopo mesi duri per la città. “Le primarie vanno fatte nell’autunno 2026. E sono convinto che ci saranno”. E Carlo Calenda che farà? Cederà alle lusinghe del centrodestra? “Io sono ottimista - conclude Majorino -. Come cultura politica gli elettori di Azione fanno parte del centrosinistra. Non credo che faranno l’errore di stare fuori dalla coalizione”.
Un ritratto (il sesto!) di aspiranti sindaci: Lorenzo Pacini
Lorenzo Pacini è un sunto umano dei “contrari” (e non dei sinonimi) della parola “riformismo”. Coerentissimo nella sua linea anti-israeliana, pro centri sociali, pro Meazza, pro comunismo. A volerla descrivere senza la necessaria acrimonia nei confronti della sua ideologia, si potrebbe dire che è CCCP “coerente, combattente, contrario e proPal”. Di lui si è parlato come possibile pretendente per le primarie del centrosinistra per selezionare il candidato sindaco del post-Beppe Sala. Neppure 30enne (li compirà il primo giorno di primavera di quest’anno), Pacini ha due fratelli maschi più piccoli. Percorso di studi tutto nell’istruzione pubblica. Prima il Liceo Classico Manzoni, dove fa il rappresentante di istituto per tre anni di fila. Entra al Manzoni, una delle scuole rosse di Milano, più o meno 20 anni dopo che ne è uscito Matteo Salvini. Strani casi della vita. Al Classico fa parte del Collettivo Politico Manzoni (CPM), erede del glorioso e schieratissimo Kollettivo Korea di fine anni ‘90. Sono gli anni in cui inizia a frequentare i centri sociali. Ma non ha un luogo preferito. Poi inizia l’università degli Studi. Alla Statale però di politica ne fa poca, perché intanto ha cominciato il suo percorso elettivo: a 20 anni è già consigliere del municipio 1. La famosa “zona” dei ricchi. Lui, quando glielo dicono, neppure se la prende più: “Sono molto radical, e poco chic. Appartengo a quella classe media che subisce l’allontanamento da Milano”. E infatti, si trasferisce poi in zona 4: mica troppo distante dal centro però.
Elettivamente nativo Dem, non lo è ideologicamente. Se potesse, reinserirebbe qualche “correttivo” di stampo comunista nell’Italia di oggi. I suoi amici l’hanno sentito più volte dire che “avremmo tanto bisogno di soluzioni che definiremmo comuniste per i problemi di oggi” Tipo? “Un limite alla ricchezza: 50 milioni. Il problema è che c’è gente che possiede 800 miliardi...” Daghèle al ricco, anche i ricchi piangano, e tutta quella roba là. In gioventù Pacini ha fatto pure il fruttivendolo, ma quella da cui ha imparato di più è stata l’esperienza nella comunicazione politica. Non sappiamo come scelga le verdure, ma a livello comunicativo è una bomba: social, televisioni, giornali, iniziative di tutti i tipi. I messaggi sono sempre “bold”, sparati, netti. Lotta alle auto sui marciapiedi, specialmente quelle di lusso. Lotta agli israeliani, ovviamente. Non ha mai mancato a una manifestazione pro Pal con tanto di fotina sui social. Non lo scandalizza lo slogan “dal fiume al mare”, perché ipotizza uno stato come il Belgio, nel quale israeliani e palestinesi vivano tutti in pace. Una specie di comune. “E comunque mi fa ridere che Israele si definisca stato democratico quando è uno stato etnico”. Roba da mettersi le mani nei capelli. E Milano? Non moltissime chances di spuntarla alle primarie. Però leverebbe voti a Pier Majorino. Ha iniziato un ciclo di eventi chiamato “Primarie o barbarie”: bello slogan. Raccoglie a volte decine, a volte centinaia di persone nelle salette delle varie zone di Milano. Il leitmotiv è sempre lo stesso: “mai più”. Mai più salvaMilano, urbanistica rapace, attratività a discapito dell’equità sociale, ma più mancata partecipazione come su San Siro. Pacini, il suo nome è mai più: tanto per fare un verso alla canzone. La decrescita felice? Teoria interessante, ma meglio la definizione “crescita redistributiva”, dove lo Stato è protagonista e monopolista in alcuni settori. Le Olimpiadi? Una opportunità ma non criminalizza chi protesta perché alla fine ci rimettono i soldi sempre i milanesi e gli italiani. Politicamente è sul lato a sinistra della sinistra Pd. Fa parte della minoranza lombarda dei Giovani Democratici, che però è maggioranza nazionale dei Giovani Democratici. Il suo oppositore primario - e tra i due c’è odio vero - è Paolo Romano, anche lui GD, anche lui pro-Pal, anche lui sulla sua stessa piastrella e con lo stesso identikit di giovane movimentista. In tv a Pacini lo invitano spesso, e lui ci va. Da Del Debbio, soprattutto. E in radio alla trasmissione di Cruciani, La zanzara. Non proprio salotti “de sinistra”. Ma lui gongola, e questa volta ha ragione: “I veri combattenti non vanno nel salottino dove siamo tutti d’accordo e facciamo a gara a chi è più carino”. E poi - ancora assai ragionevole: “I giornalisti di destra sono più pronti ad ascoltare cose diverse rispetto alla sinistra tradizionale che è chiusa nei propri schemi classici”. Pacini in purezza: uno del quale non si condivide praticamente nulla salvo la coerenza e la voglia di battagliare.
(Pubblicato la scorso giovedì sul Foglio. Domani è la volta di... Pietro Tatarella)
Questa settimana siamo lunghissimi. La mappa delle correnti della Lega in Lombardia la facciamo settimana prossima!
Il prepotente meno sopportabile è quello che pretende anche l’applauso
Dino Basili (applicabilissimo ancora oggi ai politici di ogni Paese del mondo. Ma in particolare gli Usa)
Ed è tutto. Se è abbastanza, iscriviti. Se non è abbastanza, scrivimi e migliorerò (forse).









